Paolo Barnard: con Oscar Giannino, suicidio-Italia in 10 mosse
Oscar Giannino “scende in campo” come economista al servizio della politica, proponendo un decalogo per uscire dalla crisi? «Se quest’accozzaglia di ricette liberiste è economia, allora i messaggi dei Baci Perugina hanno fatto la storia della filosofia italiana», replica Paolo Barnard, che smonta pezzo per pezzo i dieci assunti del Giannino-pensiero, che poi sono gli stessi della famigerata Troika formata da Bce, Fmi e Unione Europea, che a colpi di diktat grazie al ricatto dello spread ha intanto insediato Mario Monti a Palazzo Chigi per “portarsi avanti col lavoro” e iniziare a “smontare l’Italia”, colpevole di essere un’economia da G8 e con un welfare avanzato, a tutela dei cittadini. Primo capitolo, lo spauracchio del debito pubblico: Giannino vorrebbe ridurlo sotto la soglia del 100% del Pil con «alienazioni del patrimonio pubblico», sia immobili che imprese di Stato, senza spiegare come mai il debito – storico motore del benessere diffuso – è diventato la tragedia nazionale che sta piegando l’Italia.
Bastano pochissime parole, premette Barnard, per smascherare «la truffa del programma economico con cui il signor Oscar Giannino e i suoi finanziatori si lanciano in politica: di economia, nel loro programma, c’è la stessa dose di succo d’arancia che trovate nella “Fanta”, o forse di meno». Ridurre il debito pubblico? Attenzione: il debito di uno Stato a moneta sovrana, non convertibile, si traduce nell’attivo di tutto il settore non governativo, cioè famiglie e aziende: «Lo Stato spende accreditando conti correnti (di famiglie + aziende) o emettendo titoli che spostano il denaro degli acquirenti (famiglie + aziende + investitori interni ed esterni) da conti bancari a conti di ‘risparmio’ del Ministero del Tesoro presso la Banca Centrale, dove il medesimo denaro guadagna interessi superiori». Ogni singolo centesimo coinvolto nella spesa pubblica a deficit, ribadisce Barnard, è dunque un attivo dei riceventi di quella spesa, e non un debito. «Diminuire il debito pubblico significa solo ridurre l’attivo dei settori non governativi sopraccitati, cioè impoverirli: è sbagliato, non ha senso, ed è contrario alla funzione primaria per cui i debiti pubblici sono stati creati».
La necessità di ridurre il debito pubblico di uno Stato emerge solo di fronte ad una «falsa e irrazionale credenza ideologica, affine a una religione superstiziosa che vede nel debito pubblico un nemico», senza peraltro dimostrarlo a livello contabile, per citare il grande economista Paul Samuelson. Oppure – ed è il nostro caso, purtroppo – se il debito pubblico dello Stato in questione è stato ridenominato in una moneta che quello Stato non possiede, cioè una moneta ad esso “straniera”, come è l’euro per noi. «Adottando l’euro – sostiene Barnard citando Paul Krugman, Premio Nobel per l’economia – l’Italia si è posta nelle stesse condizioni di uno Stato del Terzo Mondo che deve onorare un debito denominato in una moneta straniera». Proprio così: «E’ precisamente l’euro che ha tramutato il benefico debito pubblico italiano», che con la lira rappresentava «l’attivo di ogni italiano», in una reale passività per tutta la popolazione, «poiché il nostro Stato deve oggi onorare i propri titoli, ed eseguire la propria spesa pubblica, procacciandosi questa moneta ad esso straniera attraverso la tassazione di tutto il settore non governativo, oppure indebitandosi presso i proprietari dell’euro, cioè i mercati di capitali privati internazionali che lo ricevono direttamente dal sistema delle Banche Centrali europee».
A parte il fatto che non è corretto citare il nodo del debito sovrano senza minimente accennare alla sua causa, se ne deduce che la proposta di Giannino non risolve la radice del problema e «aggredisce l’indebitamento italiano dalla parte sbagliata, prendendosela col debito in sé e non con ciò che ha tramutato quel debito benefico in un disastro nazionale, cioè l’euro». Applicando la “ricetta” di Giannino, «finiremmo semplicemente con il problema inalterato, ma anche con un’enorme fetta di ricchezza nazionale alienata». Cornuti e mazziati. Ma non è ignoranza, dice Barnard: è pura malafede. Perché Giannino e soci non mirano affatto a risanare il paese, bensì a consegnarlo interamente in mani private, essendo essi «aderenti del liberismo neoagrario e neoclassico che si prefigge come meta la distruzione di tutto ciò che è la funzione di spesa dello Stato a favore del settore non governativo di cittadini e aziende».
Altri caposaldi del Giannino-pensiero: ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del Pil nell’arco di 5 anni, “ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione, introducendo meccanismi competitivi all’interno di quei settori”, riformare ulteriormente le pensioni e ridurre al tempo stesso la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, dando la priorità alla riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d’impresa. Basta fare i conti, replica Barnard, e si scopre che se lo Stato taglia la spesa del 6% e le tasse del 5% priva aziende e famiglie di una ricchezza pari al 6% del Pil, ma poi gli lascia in tasca un 5% in minori tasse. Risultato: un passivo dell’1%. Inoltre: «In settori come la sanità, l’istruzione e la previdenza sociale, i fattori di competizione di mercato sono dei controsensi catastrofici: è impossibile che la logica della remunerazione del capitale investito dal privato possa garantire al cittadino servizi all’altezza delle sue esigenze». E’ dimostrato: «Il settore privato non può mai creare beni finanziari al netto, cosa che solo lo Stato può fare, per cui non può trovare i capitali netti per arricchire alcun servizio sociale senza successivamente sottrargli i medesimi capitali gravati da profitto».
Ma Giannino tira dritto, e al punto 4 del suo decalogo annuncia la privatizzazione definitiva dell’Italia. Testualmente: “Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali quali, a titolo di esempio: trasporti, energia, poste, telecomunicazioni, servizi professionali e banche (inclusi gli assetti proprietari)”. Inoltre: “Privatizzare le imprese pubbliche con modalità e obiettivi pro-concorrenziali nei rispettivi settori”. Di più: si propone addirittura di “inserire nella Costituzione il principio della concorrenza come metodo di funzionamento del sistema economico, contro privilegi e monopoli d’ogni sorta”. E quindi: “Privatizzare la Rai, abolire canone e tetto pubblicitario, eliminare il duopolio imperfetto su cui il settore si regge favorendo la concorrenza”. E, dulcis in fundo: “Affidare i servizi pubblici, incluso quello radiotelevisivo, tramite gara fra imprese concorrenti”.
«Falso ideologico di livello eccelso», commenta Barnard. «Ogni singola esperienza di liberalizzazione dei mercati al mondo ha portato a gare truccate, dove le maggiori corporations hanno creato mega-“cartelli” in finta competizione fra loro, riportando la situazione a una mancanza di concorrenza assai peggiore di prima». E attenzione: «I paladini di queste menzogne, dai Montezemolo ai Della Valle ai De Benedetti italiani, predicano le virtù del libero mercato purista, ma razzolano poi mungendo le infrastrutture dello Stato edificate da generazioni di italiani e mungendo i favori dei politici alla Prodi, Amato e D’Alema che gli hanno scandalosamente oliato la strada». La prova del nove: «In un regime di vero libero mercato purista, questi parassiti schiatterebbero in dieci minuti».
Capitolo lavoro e welfare: “Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti”, è la raccomandazione di Giannino. “Tutti i lavoratori, indipendentemente dalla dimensione dell’impresa in cui lavoravano, devono godere di un sussidio di disoccupazione e di strumenti di formazione che permettano e incentivino la ricerca di un nuovo posto di lavoro quando necessario, scoraggiando altresì la cultura della dipendenza dallo Stato”. Il pubblico impiego “deve essere governato dalle stesse norme che sovrintendono al lavoro privato, introducendo maggiore flessibilità sia del rapporto di lavoro che in costanza del rapporto di lavoro”.
«La quantità di contraddizioni in questo punto è olimpionica», scrive Barnard. «Secondo questi luminari dell’economia, non si deve tutelare l’occupazione esistente, ma tutelare il reddito di chi perderà quei lavori. Sfugge la logica: scusate, non si faceva prima a mantenergli il lavoro e quindi il reddito?». Poi: tutti i disoccupati devono avere un sussidio, per essere aiutati a trovare un nuovo lavoro “quando necessario”. «Perché, per un disoccupato lavorare è un optional?». Tutto questo, “scoraggiando altresì la cultura della dipendenza dallo Stato”. Di nuovo: «Non era meglio mantenerglielo, quel posto di lavoro?». Piuttosto che un sussidio totalmente improduttivo, molto meglio un lavoro garantito dalla spesa pubblica, che immediatamente rimette quel lavoratore a produrre e quindi ad aumentare il Pil.
Il “professor” Giannino, poi, raccomanda di “adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d’interesse”, nonché di “imporre effettiva trasparenza e pubblica verificabilità dei redditi, patrimoni e interessi economici di tutti i funzionari pubblici e di tutte le cariche elettive”. Inoltre, consiglia di “instaurare meccanismi premianti per chi denuncia reati di corruzione: vanno allontanati dalla gestione di enti pubblici e di imprese quotate gli amministratori che hanno subito condanne penali per reati economici o corruttivi”. «D’accordo», lo prende in parola Barnard. Ma allora, bisognerebbe licenziare subito Mario Draghi, esponente di spicco del “Gruppo dei 30”, cupola mondiale di affaristi che mira a creare leggi ad personam a tutela della grande finanza, e insieme al presidente della Bce bisognerebbe mandare a casa tutto il governo Monti, dietro al quale si scorgono le ombre di poteri fortissimi come Goldman Sachs, Invesco, Generali, Monte dei Paschi, Intesa Sanpaolo, Ing e Mediobanca.
Giannino invoca una sorta di rivoluzione produttiva, per “liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne, oggi in gran parte esclusi dal mercato del lavoro”. Esclusi per colpa di chi? «L’unico motivo reale per cui giovani e donne sono oggi esclusi dal mercato del lavoro – dice Barnard – è che le politiche economiche neoliberiste e neoclassiche dei tecnocrati al potere, unitamente alle catastrofiche conseguenze dell’adozione di una moneta “straniera” per l’Italia, l’euro, stanno deflazionando l’economia del nostro Paese come mai nella storia repubblicana, devastando l’occupazione a ritmi inauditi». Quanto alla formazione, Giannino propone di “spendere meglio”, introducendo “cambiamenti sistemici”, ovvero: concorrenza fra scuole e “selezione meritocratica” di docenti e studenti. «Altro falso ideologico di bassissima lega»: lo Stato deve poter investire sulla formazione in modo orizzontale, senza usare il pallottoliere. Quanto alla spesa locale, Giannino auspica l’introduzione di un “vero federalismo”, che responsabilizzi gli enti locali di fronte all’impegno – ideologico, e oggi anche legislativo – del pareggio di bilancio, cioè il tradimento costituzionale della missione sociale dell’ente pubblico.
Esprimere concetti come “un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali”, e che, “al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio”, secondo Barnard «è l’ennesima prova del fatto che questi luminari ignorano l’abc dei Bilanci Settoriali e non hanno la più pallida idea di cosa sia un pareggio di bilancio». In primo luogo, un’amministrazione locale può solo “usare” una moneta, e non emetterla: per cui, per definizione, non possiede alcuna vera autonomia di spesa. Poi, se l’ente locale è davvero costretto dall’emissore della moneta (lo Stato) a pareggiare i bilanci, «cioè a dare a cittadini e aziende 10 e togliere 10», lo si mette nelle condizioni di lasciare un sonoro zero nella tasche di tutti. «Cioè: zero crescita. E con zero crescita il federalismo è una fesseria». Ma chi vuol prendere per il naso, Giannino? Comunque, stia tranquillo: «L’Oscar in economia non glielo daranno».
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