La tomba di TutanPadrekhamonPio
Papa Ratzinger benedice la cripta della nuova chiesa di San Pio da Pietrelcina, a San Giovanni Rotondo (Foggia). Il locale dove, i frati riporranno i resti del santo, è integralmente ricoperto con l’oro donato dai fedeli.
Dopo «L’oro di Napoli» e «L’oro di Roma», si potrebbe, da qualche tempo in qua, girare un interessantissimo ed educativo docu-film sull’evoluzione della regola francescana, rispetto a quella originale, a proposito del sepolcro faraonico allestito per le spoglie mortali di padre Pio, santo francescano in povertà assoluta nato e in tale stato vissuto fino alla sua dipartita da questo mondo.
Il Santo Poverello di Assisi aveva, otto secoli or sono, imposto tali regole ai suoi fraticelli, cioè l’obbedienza, la castità e la povertà: «La regola e la vita dei frati francescani è questa, cioè osservare il Santo Vangelo del Signore Nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità… I frati vadano e vendano tutto quello che hanno e procurino di darlo ai poveri… E si guardino dall’essere solleciti delle cose temporali… e tutti i frati si vestano di abiti vili… e in nessun modo ricevano denaro o pecunia direttamente… se non per le necessità dei malati e per vestire gli altri frati… I frati non si approprino di nulla».
Ora, in tutti coloro che, direttamente o indirettamente, conoscono la vicenda della sede in cui è stata di recente traslata la salma di san Pio da Pietrelcina, sorgerebbero parecchie domande, forti dubbi e spinosi interrogativi sul rispetto di tali precetti. La cripta a lui dedicata e inaugurata il 21 giugno, a San Giovanni Rotondo, dall’attuale Pontifex Maximus, ultimo erede di colui che questa regola francescana aveva accolto, benedetto e approvato, è interamente foderata di oro, lasciamo poi giudicare agli esperti se massiccio o ridotto in lamine, con tanto di rampa d’accesso, sfolgorante del prezioso metallo, in un accecante ed abbagliante climax di criso-sfarzo abbacinante.
La quantità misteriosa necessaria alla bisogna non è stata, per carità, Dio ne guardi, fornita dal Vaticano, ma è stata ricavata dall’enorme accumulo di oro donato alla chiesa locale dai fedeli adoratori di Padre Pio, nel corso dei pluridecennali pellegrinaggi. Il tutto si sviluppa su una superficie di duemila metri quadrati, fino alla nicchia ove giacciono i resti del santo, il tutto impreziosito da affreschi del novello Beato Angelico, il frate sloveno Marco Rupnik e del suo staff di dipintori murali, con episodi della vita di san Francesco, di san Pio e di Cristo, in uno stile da icona russa con richiami all’arte islamica.
È scoppiata una polemica, nel mondo ecclesiastico e dei fedeli, tale da far impallidire quella infuriata secoli fa tra Conventuali e Spirituali. La sola visione delle foto del neosepolcro di san Pio è sconvolgente, mi ha richiamato alla memoria la tomba di Tutankhamon, il leggendario tesoro degli Incas, l’oro di Montezuma, la leggenda di Eldorado, Creso, le perdute statue crisoelefantine di Athena Parthenos e di Zeus Olimpio, la leggenda di Creso, il mito di re Mida, Goldfinger.
Non scenderà dai monti del vicino Abruzzo un novello Mosè a distruggere il vitello d’oro innalzato a Mammona dagli stravolti frati, in perfetto stile francescano? E i poveri fedeli, munti come vacche magre o grasse che fossero, che diranno, vivi o morti che siano, della destinazione dell’oro di cui s’erano privati, presi dal sacro fuoco della devozione a padre Pio? E se la quantità di esso non bastasse, sorgerà un Brenno spietato, magari nelle vesti del corpulento cardinal Tarcisio Bertone, a gettare sulla bilancia uno spadone dal grave pondo e ghignando: «Vae fidelibus!».
Il noto jodler svizzero di Brivio, nei Grigioni, il sor Ministro Generale dell’Ordine Francescano, dottor Mauro Jöhri non ha nulla da eccepire? E nemmeno padre Belpiede -e magari Caramanina- superiore del convento a San Giovanni Rotondo? Forse era più consono, apprezzabile e pertinente un tale sepolcro per Tiffany&Young, fondatori della famosa gioielleria di Manhattan o per Cartier; forse nemmeno Berlusconi non ha ancora partorito, tra le sue fantasie auto-apologetiche ed auto-celebrative, quella di una simile architettura a suo imperituro ricordo.
Ho letto che già nell’ottobre del 2008 alcuni fan di padre Pio avevano chiesto che i suoi resti mortali rimanessero nell’umile cripta della modesta chiesa del convento in cui egli aveva vissuto una vita sobria e di sofferenze; ciò mediante un «santinaggio», cioè la distribuzione di santini del frate, riportanti la sua effigie e, sul retro, la succitata richiesta. C’è chi poi ha fatto notare la pacchianeria dell’ostentazione becera di tanta ricchezza inutile; gli interni della cripta aurea sono infatti stati paragonati a quelli del panfilo smisurato di Kashoggi, personaggio leggermente diverso da padre Pio. E, contemplando una delle tavole dipinte da padre Rupnik, qualcuno teme anche una denuncia per plagio dalla Nike, in quanto v’è dipinta una svirgolata orizzontale identica al marchio della nota azienda produttrice di scarpette sportive.
Per ultimo, senza voler entrare nel merito delle scelte, che ritengo sciocche, sterili e inopportune, della costruzione di tale sepolcro da imperatore Inca o da faraone egizio, mi unisco a quanti si sono chiesti se il fraticello pugliese non sarebbe stato più contento se il ricavato di tale smisurata quantità aurea fosse stato devoluto in opere di carità e assistenza ai miliardi di poveracci che muoiono di fame e di sete in tutto il mondo, non hanno abiti con cui ricoprirsi ed un tetto sotto il quale ripararsi. E, ancor più vicino, nel tempo e nello spazio, a poche centinaia di chilometri da San Giovanni Rotondo, c’è gente che ha subito un terribile cataclisma e ne sta soffrendo le conseguenze per chissà quanto ancora.
«Va’, tutto quello che hai vendilo e il ricavato dallo ai poveri: così avrai un tesoro in cielo». (Marco, 10, 21) «Voi dunque non potete servire a Dio ed alle ricchezze». (Luca, 10,13) «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. E non portate oro e argento, né rame nelle vostre cinture». (Matteo, 9,10) «Vendete i vostri beni e dateli in elemosina; fatevi delle borse che non invecchiano, fatevi un tesoro inesauribile nei Cieli, dove il ladro non arriva, né tignola corrode». (Luca, 12, 33-34). Meditando su questi precetti evangelici, cui essi obbedirono per la vita, lassù, da qualche parte, nell’alto dei Cieli, il Poverello di Assisi e quella di Pietrelcina si guarderanno fisi negli occhi, allibiti, stupiti, sconcertati, e senz’altro addolorati. Forse, se potessero, tirerebbero anche qualche «candelotto» verso la penisola del Gargano, in dialetto umbro e in campano.












